Con sentenza n. 5685/2020 la Suprema Corte ha risolto il contrasto giurisprudenziale in tema di modalità di soddisfacimento del credito del subappaltatore di opera pubblica nei confronti dell’appaltatore fallito in tutti i casi in cui residui un credito dell’appaltatore verso l’amministrazione appaltante, la quale abbia opposto la condizione di esigibilità di cui all’art. 118 del d.lgs. 163/2006 (Codice dei contratti pubblici relativi a lavori, servizi e forniture in attuazione delle direttive 2004/17/CE e 2004/18/CE”, abrogato dall’art. 217 del decreto legislativo n. 50 del 2016), che consente alla medesima di sospendere i pagamenti in favore dell’appaltatore quando quest’ultimo non dia prova di aver eseguito i pagamenti nei confronti del subappaltatore.
Secondo la Suprema Corte l’art. 118, co. 3, d.lgs. 163/2006 sarebbe applicabile soltanto in relazione ai contratti di appalto in corso con un’impresa in bonis e, pertanto, il meccanismo della sospensione dei pagamenti da parte della stazione appaltante non opererebbe in caso di fallimento dell’appaltatore, in quanto con la dichiarazione di fallimento il contratto di appalto si scioglie.
Precisa, in particolare, la Corte che la stazione appaltante non può invocare l’eccezione di inadempimento prevista dall’art. 1460 c.c., che presuppone un contratto non ancora sciolto e, quindi, eseguibile. Una volta che il contratto di appalto sia sciolto per effetto della dichiarazione di fallimento, tale eccezione non può essere fatta valere, ma trovano applicazione le norme che disciplinano gli effetti dello scioglimento.
Ne consegue che il Curatore del fallimento potrà pretendere dall’appaltante il corrispettivo delle prestazioni eseguite fino all’intervenuto scioglimento del contratto, mentre il subappaltatore, dal canto suo, potrà insinuarsi al passivo non in prededuzione, ma come creditore concorrente, nel rispetto della par condicio creditorum e dell’ordine delle cause di prelazione.
La Corte ha perciò disatteso quell’orientamento giurisprudenziale che, al contrario, riteneva applicabile l’art. 118, co. 3, d.lgs. 163/2006 nell’ipotesi di fallimento dell’appaltatore, ed in considerazione del fatto che il soddisfacimento del subappaltatore costituisce momento imprescindibile per consentire all’appaltatore di ottenere dalla stazione appaltante il pagamento del proprio credito, riconosceva al subappaltatore il beneficio della prededucibilità ai sensi dell’art. 111, L.F., quale unica soluzione per soddisfare l’interesse del fallimento di conseguire quanto dovuto dall’appaltante.
In conclusione, con la sentenza in commento, la Suprema Corte, escludendo l’applicabilità dell’art. 118 del codice degli appalti 2006 nel caso di fallimento dell’appaltatore, è giunta a negare la tesi che riconosceva la prededuzione al credito del subappaltatore, in quanto, secondo la Corte, difetterebbe quel nesso strutturale con il meccanismo della sospensione dei pagamenti da parte della stazione appaltante, che è destinato ad operare solo in presenza di una persistente efficacia del contratto di appalto e, quindi, nel caso in cui l’appaltatore sia in bonis.

Commento a cura di Dott.ssa Melisa Penedo