A cura di Dott.ssa Martina Busi

A poco più di un mese dalla pronuncia della Suprema Corte, anche la Corte di Giustizia, con sentenza del 30 gennaio 2020, dice sì alla revocabilità della scissione societaria.

La Corte di Giustizia interviene dopo che la Corte di Appello di Napoli, nell’ambito di una azione revocatoria promossa da alcuni creditori nei confronti di una società a responsabilità limitata, il cui patrimonio, a seguito di scissione, era stato in parte trasferito ad altra società, ha domandato in via pregiudiziale alla Corte di Giustizia di pronunciarsi, ex art. 267 TFUE (Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea), sull’interpretazione degli artt. 12 e 19 della direttiva 82/891 CEE, rispettivamente aventi ad oggetto la disciplina di un adeguato sistema di tutela degli interessi dei creditori delle società partecipanti alla scissione e le condizioni del regime di nullità della scissione.

La società scissa aveva impugnato la sentenza di primo grado con la quale  il Tribunale di Avellino aveva accolto la domanda principale dei creditori ed aveva dichiarato inefficace nei loro confronti l’atto di trasferimento dei beni oggetto della scissione, deducendo che l’azione pauliana proposta dai creditori interessati sarebbe stata irricevibile, in quanto l’unico rimedio giuridico previsto sarebbe l’opposizione di cui all’art. 2503 c.c., il cui mancato esercizio renderebbe definitivi gli effetti dell’atto di scissione nei confronti dei creditori.

La Corte di Giustizia si è espressa sottolineando che, pur non essendo prevista espressamente l’azione revocatoria tra gli strumenti di tutela dei creditori della società scissa, dall’utilizzo dell’avverbio “quanto meno” al paragrafo 2 dell’art. 12 della sesta direttiva, si evince la previsione di un sistema minimo di tutela degli interessi dei creditori che vantino crediti sorti anteriormente alla scissione. Tale sistema non precluderebbe agli Stati membri di predisporre strumenti di tutela ulteriori rispetto a quelli previsti dalla normativa nazionale in applicazione dello stesso art. 12.

Conclude dunque la Corte affermando che l’art. 12 della sesta direttiva 82/891/CEE del Consiglio del 17 dicembre 1982 deve essere interpretata nel senso che esso non osta a che i creditori della società scissa, i cui diritti siano anteriori alla scissione e che non abbiano fatto uso degli strumenti di tutela previsti dalla normativa nazionale in applicazione di dell’art. 12, possano intentare un’azione pauliana al fine di far dichiarare inefficace la scissione nei loro confronti e proporre quindi azioni esecutive o conservative sui beni trasferiti alla società di nuova costituzione, potendo ottenere dall’esercizio dell’azione pauliana una posizione preferenziale rispetto ai creditori della società beneficiaria.

Risulta, pertanto, superato l’orientamento giurisprudenziale che escludeva la possibilità per i creditori della società scissa di esperire azione revocatoria ritenendo che l’obiettivo della sesta direttiva fosse quello di garantire che gli effetti della scissione divengano definitivi e irrevocabili nei confronti dei creditori, entro un termine breve, al fine di salvaguardare gli interessi delle numerose parti coinvolte nell’operazione di scissione.

In relazione alla seconda questione relativa all’interpretazione dell’art. 19, la Corte, sul presupposto che la nozione di nullità è ben diversa da quella di inefficacia propria dell’azione revocatoria, ha affermato che l’art. 19 della sesta direttiva deve essere interpretato nel senso che non osta all’esercizio dell’azione pauliana da parte dei creditori della società scissa, in quanto tale azione non produce effetti sulla validità della scissione, ma consente soltanto di rendere quest’ultima inopponibile ai creditori che l’hanno esercitata.

L’intervento della Corte di Giustizia ha risolto i dubbi interpretativi che hanno generato la contrapposizione di due orientamenti giurisprudenziali di merito che, non senza critiche, ma comunque con valide giustificazione giuridiche, hanno visto sino ad oggi prevalere, con l’avallo della dottrina maggioritaria, la corrente contraria alla ammissibilità dell’azione pauliana in relazione alla scissione societaria.