La sentenza delle Sezioni Unite 20504/2019 del 29.7.2019 fa luce sul diritto dell’alunno minore alla consumazione di pasti “alternativi” al servizio di refezione scolastico, durante il tempo di refezione, escludendone l’esistenza e statuendo l’impossibilità di imporre all’Istituzione scolastica di dotarsi – prescindendo da ogni valutazione circa l’eccessiva gravosità per l’organizzazione – di spazi, luoghi e personale idoneo a consentire il consumo del pasto “alternativo” (c.d. autoconsumato).

LA VICENDA

Nel novembre 2014 genitori di minori iscritti a scuole istituite presso il Comune di Torino, convenivano in giudizio Comune e MIUR onde …accertare il loro diritto di scegliere per i propri figli tra la refezione scolastica e il pasto domestico (portato a casa o confezionato autonomamente) e, in particolare, di consumarlo all’interno dei locali destinati alla mensa nell’orario della refezione…e quindi di…ordinare al Ministero di impartire ai dirigenti scolastici le opportune disposizioni e al Comune di astenersi dal porre limiti e divieti ostativi all’esercizio del suddetto diritto di scelta…

Il Tribunale di Torino nel rigettare le domande, escludeva l’esistenza del “diritto alla mensa”, in quanto la possibilità per le famiglie di usufruire del servizio mensa doveva intendersi soddisfatta e ricompresa nella facoltà di opzione tra i due diversi moduli scolastici a tempo pieno (con obbligo dell’ora di mensa) e a tempo breve (senza servizio mensa).

Il Consiglio di Stato, parzialmente modificando la sentenza gravata, elideva le dicotomie “tempo pieno-obbligo mensa” e “tempo breve-nessun servizio mensa”, rilevando che la nozione di istruzione “…non coincide con la sola attività di insegnamento, ma comprende anche il momento della formazione che si realizza mediante lo svolgimento di attività didattiche ed educative, tra le quali l’erogazione del pasto…pertanto il rimanere a scuola nell’orario del pasto…costituisce un diritto soggettivo… delle famiglie ed accertava quindi …il diritto dei genitori di scegliere per i figli tra la refezione scolastica e il pasto domestico da consumare a scuola e nell’orario destinato alla refezione…” senza tuttavia statuire in merito alle modalità pratiche da imporre agli enti onde assicurare l’esercizio del predetto diritto.

La decisione del Consiglio di Stato è stata sottoposta a gravame di legittimità ed è stata decisa con sentenza del 29.07.2019.

LE TESI A CONFRONTO

Genitori: il diritto alla mensa è espressione del diritto di libertà, uguaglianza ed autodeterminazione e la sua negazione lederebbe il diritto all’istruzione del minore nonché la libertà di determina la propria organizzazione famigliare.

Amministrazioni: il “tempo mensa” coincide con il servizio – facoltativo per i minori – di refezione scolastica e le cui modalità organizzative (luogo, erogatore del servizio, costi, ecc.) rientrano nell’ambito della discrezionalità dell’ente. I diritti degli utenti si limitano e sono garantiti dalla facoltà di optare o meno per il servizio nonché dal diritto di partecipare al procedimento amministrativo di organizzazione.

IL QUESITO

Alle Sezioni Unite è stata demandata quindi la soluzione del seguente quesito: se sia configurabile un diritto soggettivo perfetto dei genitori degli alunni delle scuole elementari e medie, eventualmente quale espressione di una libertà personale inviolabile, il cui accertamento si suscettibile di ottemperanza, di scegliere per i propri figli tra la refezione scolastica e il pasto portato da casa o confezionato autonomamente e di consumarlo nei locali della scuola e comunque nell’orario destinato alla refezione scolastica.

LA SENTENZA

Premesso che per l’esercizio del diritto de quo non viene richiesta l’adozione di atti diretti all’eliminazione di ostacoli per l’accesso ad un servizio o per eliminare un’ingiustificata discriminazione (intesa come trattamento diverso e deteriore, basato su un fattore di discriminazione rispetto a quello riservato ad appartenenti alla stessa classe di persone – ad esempio gli alunni frequentanti il “tempo pieno” – V° Cass. 3968/2018) la Corte rileva preliminarmente l’infondatezza dell’invocata lesione dell’art. 3 Cost., osservando che proprio l’accoglimento delle tesi delle famiglie porterebbe ad una iniqua ed illegittima differenziazione di trattamento tra alunni appartenenti al medesimo modulo a “tempo pieno”.

La Suprema Corte prosegue quindi analizzando il ruolo del cosiddetto “tempo mensa” nell’ambito dell’attività di istruzione ed educazione programmata dall’Istituzione scolastica e giunge a concludere che esso rientra nel cosiddetto “tempo scuola”, quale parte integrante del piano formativo inerente il modulo “tempo pieno”, che alunni e famiglie hanno liberamente scelto di adottare.

Tale conclusione è avvalorata dai seguenti dati normativi: Art. 6 d.lgs. 63/2017 …sono erogato…servizi di mensa, attivabili a richiesta degli interessati…; Art. 130 c. 2 d.lgs. 297/1994 …l’orario settimanale, ivi compreso il tempo-mensa, [è] stabilito in…; Art. 5 dpr 89/2009 …nel tempo prolungato il monte ore è determinato mediamente in…ore settimanali…comprensive delle ore destinate agli insegnamenti e alle attività e al tempo dedicato alla mensa; Decreto interministeriale 6.7.2019 n. 55 e d.m. 3.11.2011 …nella scuola primaria l’orario settimanale è comprensivo del tempo dedicato alla mensa…; Circolare MIUR 29/2004 …i servizi di mensa [sono] necessari per garantire lo svolgimento delle attività educative e didattiche…

Dalla coerenza della legislazione vigente, discende che nell’ambito del modulo “tempo pieno”, il servizio di refezione costituisce parte integrante del progetto formativo scolastico nelle materie dell’educazione alimentare (V° L. 128/2013 prevedente l’elaborazione ministeriale di appositi programmi) e della socializzazione (V° art. 4 d.lgs. 59/2004 …la scuola secondaria di primo grado è finalizzata…al rafforzamento delle abitudini all’interazione sociale…) e quindi ogni pretesa diretta ad ottenere l’autorizzazione alla consumazione di pasti diversi ed alternativi, in concomitanza e nel medesimo luogo ove viene consumato il pasto curricolare, costituisce illegittima ingerenza nell’organizzazione del servizio pubblico (su cui il privato può esclusivamente influire mediante partecipazione, nelle sedi competenti, al processo di formazione dell’organizzazione) nonché lesione del principio di uguaglianza, apparendo evidente – come già detto – che il consentire ad alcuni alunni (rientranti nella stessa “classe” del tempo pieno) di autodeterminare il percorso formativo in materia di educazione alimentare si tramuterebbe in un’illegittima disparità di trattamento di classi e situazioni identiche.

La Corte inoltre osserva che “…l’autonomia delle istituzioni scolastiche si manifesta analogamente rispetto alle scelte didattiche, inerendo alla funzione delle stesse istituzioni le scelte di programmi e metodi…potenzialmente idonei ad interferire ed anche eventualmente a contrastare con gli indirizzi educativi adottati dalla famiglia e con le impostazioni culturali e le visioni esistenti nel suo ambito, ben potendo verificarsi che sia legittimamente impartita nella scuola una istruzione non pienamente corrispondente alla mentalità ed alle convinzioni dei genitori, senza che alle opzioni didattiche così assunte sia opponibile un diritto di veto dei singoli genitori…” dovendo l’istituzione scolastica favorire e valorizzare le diversità individuali (V° art. 5 d.lgs. 59/2004) pur nella compatibilità e rispetto degli interessi degli altri alunni e della comunità, la cui interpretazione è demandata alle regole cogenti di comportamento adottate dalla singola Istituzione scolastica.

Inoltre, atteso che il “tempo mensa” rientra nel “tempo scuola” la cui programmazione è adottata dall’Istituzione scolastica all’esito di procedimento amministrativo cui i genitori possono partecipare onde cooperare – ed eventualmente influenzare – l’adozione delle determinazioni, le Sezioni Unite richiamano – per censurarle – le statuizioni rese da altra, e ben nota, sentenza del Consiglio di Stato (n. 5156/2018) che, nel dichiarare l’illegittimità del regolamento comunale che vietava agli istituti di competenza di consentire il consumo del pasto da casa, ebbe a rilevare che tale regolamento …limita una naturale facoltà dell’individuo – afferente alla sua libertà personale – e, se minore, della famiglia mediante i genitori, vale a dire la scelta alimentare: scelta che – salvo non ricorrano dimostrate e proporzionali ragioni particolari di varia sicurezza o decoro – è per sua natura e in principio libera, e si esplica vuoi all’interno delle mura domestiche vuoi al loro esterno: in luoghi altrui, in luoghi aperti al pubblico, in luoghi pubblici…

Rispetto a tale, sino ad oggi centrale per la materia, assesto giurisprudenziale, la pronuncia in commento riformula, in maniera restrittiva, il concetto di “libertà di scelta” in capo ad alunno e genitori, rigettando le prospettate lesioni ai diritti di libertà, autodeterminazione o di scegliere come educare i figli nei consumi alimentari, evidenziando che tale libertà si esaurisce, nel caso di specie, nella possibilità di scelta tra il modulo a “tempo breve” ed “a tempo pieno” nell’ambito del quale è indissolubilmente ricompresa l’erogazione del servizio mensa, pubblico ed a domanda individuale, prestato quale parte integrante, inderogabile ed obbligatoria del programma di studio del modulo “a tempo pieno”.

La libertà di scelta delle famiglie è pertanto esercitata nell’opzione tra i due moduli, senza peraltro possibilità di rinunciare a tale servizio (posta la sua obbligatorietà nell’ambito della programmazione educativa), non essendo comparabile la situazione de quo con quella …dell’alunno di non avvalersi dell’insegnamento di religione, la quale rappresenta una esigenza imperiosa, anche sul piano costituzionale, implicante il diritto di svolgere le attività alternative organizzate dall’istituzione scolastica, tanto più che detta esigenza è stata riconosciuta espressamente dalla legge (artt. 310 e 311 della legge 16 aprile 1994 n. 297).

L’ulteriore obiezione avanzata dalla difesa dei genitori degli alunni che sarebbe indifferente per l’istituzione scolastica consentire la partecipazione di chi provvede alla refezione mediante pranzo autoconsumato, nel medesimo luogo e tempo in cui viene consumata la refezione “ordinaria”, comporterebbe, per quanto già rilevato, un’illegittima intrusione nelle modalità organizzative del servizio pubblico (dovendo, ad esempio, richiedersi al personale di refezione di estendere la propria vigilanza ai agli alunni che pranzano autonomamente, mentre circostanza diversa è la consumazione di merende portate da casa in quanto tale consumazione non influisce sulle modalità organizzative del servizio pubblico) peraltro sottraendo alla Pubblica Amministrazione il controllo sulle fonti generatrici della propria responsabilità (quid iuris se dalla consumazione del pasto da casa derivano danni all’alunno o ad altri?).

A nulla rileva altresì l’evocata violazione dell’art. 34 Cost. in quanto il principio di gratuità dell’istruzione non impone la totale gratuità di tutte le attività connesse all’istruzione bensì comporta che le Istituzioni adottino forme di agevolazione per le fasce di reddito più basse ovvero, nel caso di specie, l’intervento pubblico per il servizio mensa è previsto …nei limiti delle effettive disponibilità finanziarie, umane e strumentali disponibili a legislazione vigente…

Da ultimo e quale corollario all’impossibilità di pretendere l’adozione di nuove, specifiche e gravose misure, peraltro non dovute, da parte delle Istituzioni scolastiche, la medesima Corte, a “monito” verso i genitori resistenti, osserva che sarebbe compito dei medesimi …nei confronti degli alunni portatori di interessi contrapposti… adempiere ai doveri di …solidarietà sociale, oltre che economica… a norma dell’art. 2 della Costituzione …, ovvero posto il compito della Repubblica di eliminare gli ostacoli alla completa realizzazione della libertà dell’individuo, spetta sempre a quest’ultimo utilizzare – e pretendere il rispetto – tale libertà senza incorrere nella lesione di quella altrui.