A cura di Avv. Paolo Verlucca Raveri

La bancarotta fraudolenta documentale, prevista e punita dall’ artt. 216, comma 1, n. 2 del R.D. 267/1942, nella duplice previsione di generica (prima parte) e specifica (seconda parte), è un reato proprio e come tale può essere attribuito al soggetto specificatamente individuato come agente dalla norma stessa.

Questione peculiare (e anche controversa) è, quindi, l’attribuzione del reato a persona diversa dall’imprenditore o amministratore, direttore generale, sindaco o liquidatore di società fallita (art. 223 L.F.), come può essere la figura dell’amministratore di fatto, ovvero dell’extraneus che concorre nel reato proprio.

La problematica in oggetto prende spunto dalla posizione della giurisprudenza nel caso di un amministratore cessato.

Con la sentenza Cassazione penale, Sez. V, n.15988/2019, la Corte ha statuito che “in caso di avvicendamento nella gestione di una società, l’amministratore cessato rimane responsabile per l’effettiva e regolare tenuta della contabilità nel periodo in cui ha ricoperto la carica, rispondendo altresì dell’eventuale occultamento della stessa, in tutto o in parte, al momento del passaggio delle consegne al nuovo amministratore, fermo restando l’autonomo obbligo di quest’ultimo di ripristinare i libri e documenti contabili eventualmente mancati e regolarizzare le scritture di cui rilevi l’erroneità, lacunosità o falsità. Quello di bancarotta documentale impropria rimane comunque reato proprio dell’amministratore, il quale non può, in ragione della qualifica ricoperta in un periodo precedente, rispondere anche della tenuta della contabilità in quello successivo alla dismissione della carica, a meno che non venga provato che egli abbia continuato ad ingerirsi di fatto nell’amministrazione della società ovvero, quale extraneus, sia in qualche modo concorso nelle condotte illecite di cui deve rispondere il nuovo amministratore. Il ruolo di amministratore di fatto va attribuito a chi svolge con continuità atti di gestione della società, ma può rilevare anche un unico atto particolarmente significativo e tale può essere anche la decisione, cui l’amministratore formale si sottometta, di interrompere l’attività imprenditoriale e sospendere qualsiasi annotazione contabile

La vicenda: la Corte d’Appello di Milano aveva confermato la condanna di un imprenditore per bancarotta fraudolenta documentale perché quale amministratore unico della società, prima, e successivamente quale amministratore di fatto della medesima, avendo ceduto la totalità delle quote societarie e la carica ad un cittadino extracomunitario, poi resosi irreperibile, occultava la contabilità sociale.

Proposto ricorso in Cassazione la Corte, in accoglimento del gravame, ha annullato la sentenza impugnata, rinviando ad altra sezione della Corte d’Appello, per un nuovo esame.

La censura accolta dal Supremo Collegio prende le mosse dal fatto che la sentenza della Corte Territoriale, di conferma di quella emessa del Giudice di primo grado, non aveva chiarito il motivo per il quale la condotta dell’imputato fosse stata penalmente rilevante e, quindi, se l’imputato avesse dovuto rispondere quale amministratore di fatto della società (successivamente alla cessazione della sua carica come amministratore di diritto), ovvero come concorrente extraneus nel reato proprio di bancarotta fraudolenta documentale.

È evidente che i presupposti su cui fondare una eventuale condanna sono diversi.

Il ruolo di amministratore di fatto va attribuito a chi svolge con continuità atti di gestione della società sostituendosi, appunto di fatto, all’amministratore di diritto.

Con riferimento alla figura dell’extraneus la giurisprudenza ha previsto che “risponde del reato di bancarotta fraudolenta colui che, pur non rivestendo la qualifica di imprenditore commerciale (ovvero di amministratore, direttore generale, sindaco o liquidatore di società fallita) apporti un concreto contributo materiale o morale alla produzione dell’evento, sempre che l’attività di cooperazione col fallito sia stata efficiente per la produzione dell’evento, occorrendo, in punto di elemento soggettivo del reato, la volontarietà della condotta dell'”extraneus” di apporto a quella dell'”intraneus”, con la consapevolezza che essa determina un depauperamento del patrimonio sociale ai danni dei creditori, non essendo, invece, richiesta la specifica conoscenza del dissesto della società, la quale può rilevare sul piano probatorio, quale indice significativo della rappresentazione della pericolosità della condotta per gli interessi dei creditori (Cass. Pen., Sez. V, sentenza n.15786/2019).

E’, dunque, evidente che qualora il reato di bancarotta non sia contestato al soggetto che ne risponde in forza della carica assunta (essendo un reato proprio), la condanna deve fondarsi su una motivazione che dimostri l’apporto causale dell’imputato alla causazione del fatto.

Nello stesso solco giurisprudenziale della sentenza sopra citata (n. 15988/2019), si inserisce la pronuncia Cassazione Penale, Sez. V, n. 21818/2017, pronunciata a seguito di ricorso proposto per un cliente seguito dallo Studio.

La vicenda: il Tribunale di Milano aveva condannato l’imputato alla pena di giustizia per fatti di bancarotta fraudolenta documentale e la Corte d’Appello ha confermato tale pronuncia.

Si è proposto ricorso per Cassazione articolato in cinque motivi, in accoglimento dei quali la Corte ha annullato la sentenza di secondo grado, rinviando per nuovo esame al altra sezione della Corte d’Appello.

Il gravame proposto era molto articolato, ma per quello che qui interessa, ci si soffermerà sul secondo motivo con in quale si deduceva la contraddittorietà della motivazione laddove, da un lato, veniva affermata la responsabilità dell’imputato quale extraneus, mentre dall’altro lo si era ritenuto amministratore di fatto.

Infatti, mentre il capo d’imputazione ascriveva all’imputato una condotta di concorso con l’ultimo amministratore della società poi fallita e quindi riteneva la sua responsabilità quale extraneus, la motivazione della decisione del Giudice di primo grado, confermata dalla Corte Territoriale, andava nel senso di ritenerlo amministratore di fatto.

Sul punto, la Cassazione, criticando la sentenza impugnata, si è espressa ritenendo che “le contraddittorie affermazioni presenti anche nella sentenza di primo grado, da cui pare desumere il diverso convincimento secondo cui l’imputato sarebbe stato amministratore di fatto anche dopo la cessazione della cariche formali, non hanno alcun rilievo, da un lato in quanto esulano dall’imputazione, e, dall’altro, in quanto determinerebbe un regime probatorio certamente più sfavorevole per il ricorrente, essendo ben più pregnanti gli obblighi di tenuta e conservazione delle scritture contabili in capo all’amministratore di fatto piuttosto che al concorrente esterno privo di tale qualifica” (Cass. Pen. Sez. V, sentenza n. 21818/2017).

Secondo la Suprema Corte, i Giudici di merito non hanno motivato in ordine al contributo causale posto in essere dall’imputato per la realizzazione del fatto ascritto: questa lacuna, unita anche ad altre, ha portato all’annullamento della decisione impugnata.

Altra sezione della Corte d’Appello di Milano, quale giudice del rinvio, facendo buon governo dei principi di diritto enunciati nella sentenza, nell’ambito del radicato giudizio rescissorio, ha assolto l’imputato per non aver commesso il fatto.