A cura di Avv. Paolo Verlucca Raveri

Il decreto legge 25 marzo 2020, n. 19, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 79 del 25.03.2020 (Misure urgenti per fronteggiare l’emergenza epidemiologica da COVID 19) si inserisce tra i provvedimenti adottati dal Governo per fronteggiare “l’emergenza coronavirus” che purtroppo da diverse settimane incombe sul Paese.

All’art. 1 stabilisce la possibilità dell’emanazione di misure che limitino determinate attività, elencate al successivo comma 2.

Tali misure saranno adottate attraverso uno o più decreti del Presidente del Consiglio dei Ministri, emessi sentiti i Ministri competenti ed anche i Presidenti di Regione (art. 2, comma 1).

La norma prevede che tali decreti siano adottati (e questa è una novità) anche su proposta dei Presidenti di Regione o del Presidente della Conferenza delle regioni o delle province autonome.

Poiché risultano già in vigore provvedimenti finalizzati al contenimento del contagio, restano salvi gli effetti prodotti e gli atti adottati sulla base dei decreti e delle ordinanze emanate ai sensi del DL 23 febbraio 2020, n. 6 (convertito nella legge 5 marzo 2020, n. 18) e ferma la continuità di applicazione dei DPCM 8 marzo, 9 marzo, 11 marzo e 22 marzo 2020, mentre le altre misure vigenti alla stessa data continueranno ad applicarsi nel limite di ulteriori dieci giorni (art. 2, comma 3).

L’art. 3 consente inoltre alle regioni, nelle more dell’adozione dei DPCM e fino a tale momento, di introdurre misure più restrittive tra quelle di cui all’art. 1, comma 2, in relazione a specifiche situazioni sopravvenute di aggravamento del rischio sanitario verificatosi nel loro territorio o in una parte di esso.

L’aspetto sanzionatorio è normato dall’art. 4, comma 1, in base al quale  “salvo che il fatto costituisca reato, il mancato rispetto  delle misure di contenimento di cui all’articolo 1, comma 2, individuate e applicate con i provvedimenti  adottati  ai  sensi  dell’articolo  2, comma  1,  ovvero  dell’articolo  3,  è  punito  con   la   sanzione amministrativa del pagamento di una somma da euro 400 a euro 3.000 e non si applicano le sanzioni contravvenzionali previste dall’articolo 650  del  codice  penale  o  da  ogni  altra  disposizione  di  legge attributiva di poteri per ragioni di sanità, di cui all’articolo  3, comma 3.  Se il mancato rispetto delle predette misure avviene mediante l’utilizzo di un veicolo le sanzioni sono aumentate fino a un terzo”.

Questa disposizione ha previsto che il mancato rispetto delle misure di contenimento venga punito con una sanzione amministrativa del pagamento di una somma da euro 400,00 ad euro 3.000,00, aumentata fino ad un terzo nel caso in cui la violazione sia stata posta in essere con l’utilizzo di un veicolo, venendo quindi esclusa l’applicazione del reato contravvenzionale previsto dall’art. 650 C.P., finora contestato.

Il motivo che ha spinto il Governo ad adottare tale provvedimento di depenalizzazione risiede, probabilmente, nel fatto che i numerosi controlli effettuati dalle Forze dell’Ordine hanno portato alla denuncia di altrettanti soggetti, con notevole aggravio di incombenti per il sistema giudiziario.

Peraltro, la contravvenzione di cui all’art. 650 C.P., esempio tipico di norma penale in bianco, prevede, in via alternativa, la sanzione dell’arresto o dell’ammenda e pertanto è verosimile pensare che il Pubblico Ministero, qualora avesse ritenuto di esercitare l’azione penale, l’avrebbe fatto con la richiesta di emissione di decreto penale di condanna mentre da parte dell’imputato, destinatario del provvedimento, vi sarebbe stata, verosimilmente, impugnazione con richiesta di ammissione all’oblazione ai sensi dell’art. 162 bis C.P., al fine di ottenere l’estinzione del reato.

Vi è che lo svolgimento di questa attività, visti gli elevati numeri dei soggetti denunciati, avrebbe sicuramente condotto ad un ulteriore aggravamento di incombenti negli uffici giudiziari, con buona pace della volontà deflattiva che ha ispirato (quasi tutti) i provvedimenti di riforma del settore penale.

È, quindi, evidente che l’applicazione di una sanzione amministrativa ai sensi della Legge 689/1981 da parte del Prefetto (o dall’autorità che ha emesso il provvedimento nel caso di cui all’art. 3 del decreto), per la quale è previsto anche il pagamento in misura ridotta del 30 % se eseguito nei cinque giorni, stante il richiamo alle disposizione contenute nel Codice della Strada, va nel senso di snellire il procedimento, fatta ovviamente salva la possibilità del rimedio giurisdizionale previsto per legge.

Si pone, ora, in evidenza la disposizione contenuta nel Decreto Legge 19/2020 e relativa ai soggetti a cui era stata contestata la violazione dell’art. 650 C.P. prima dell’entrata in vigore della presente disposizione di legge: per tale ipotesi il comma 8 dell’art. 4 prevede che le disposizioni del presente articolo che sostituiscono sanzioni penali con sanzioni amministrative si applicano anche alle violazioni commesse anteriormente alla data di entrata in vigore del presente decreto, ma in tali casi le sanzioni amministrative sono applicate nella misura minima ridotta alla meta’.  Si applicano in quanto compatibili le disposizioni degli articoli 101 e 102 del decreto legislativo 30 dicembre 1999, n. 507” ovvero dal momento che vi è stata una successione di norme nel tempo e quella successiva è risultata essere più favorevole alla precedente (passando da una sanzione penale ad una amministrativa) trova senza dubbio applicazione l’art. 2, comma 2, C.P. per il quale “nessuno può essere punito per un fatto che, secondo la legge posteriore non costituisce reato; e se vi è stata condanna, ne cessano l’esecuzione e gli effetti penali”.

Pertanto è verosimile pensare che non ci siano ancora state condanne per questi fatti, visto il breve tempo di vigenza dei provvedimenti ma, in ogni caso, tutti i procedimenti pendenti dovranno essere archiviati (se iscritti, senza ancora l’esercizio dell’azione penale) ovvero terminare con sentenza di proscioglimento perché il fatto non è più previsto dalla legge come reato (se esercitata l’azione penale) e quindi i soggetti già indagati e/o imputati saranno destinatari della sanzione prevista emessa dall’autorità amministrativa, cui saranno trasmessi gli atti dal P.M., ovvero dal Giudice, stante il richiamo, nel decreto legge, degli artt. 101 e 102 del D. Lgs 507/1999.

La misura in commento reca ulteriore conseguenza per l’ipotesi in cui la violazione sia commessa nell’ambito dell’esercizio del commercio: attesa la già menzionata depenalizzazione, vi è conseguentemente impossibilità di disporre sequestro preventivo (al fine di impedire il protrarsi degli effetti del reato) e pertanto l’autorità accertatrice, al fine di impedire la prosecuzione e la reiterazione della violazione, potrà “solo” disporre la chiusura dell’attività o dell’esercizio per una durata non superiore a cinque giorni (art. 4, comma 4, DL 19/2020), che varrà come “pre sofferto” nel momento in cui il Prefetto comminerà la sanzione definitiva (che in caso di determinate attività elencate nel decreto è, altresì, quella della chiusura dell’esercizio o dell’attività da cinque a trenta giorni – art. 4, comma 2).

Da ultimo, si pone in evidenza che la disposizione di cui al comma 8 del D.L 19/2020 prevede, in apertura, una clausola di salvezza, “salvo che il fatto non costituisca reato”, per cui ribadita la non applicazione dell’art. 650 per il mancato rispetto delle misure di contenimento, qualora il fatto costituisca altro reato (ad esempio per il soggetto che viola la quarantena imposta, reato previsto e punito dall’art. 260 RD 1265/1934, come modificato, in punto comminatoria edittale, dal comma 7, art. 4 del DL 19/20), per quest’ultimo rimarrà immutata la potestà punitiva.