A cura di Avv. Paolo Verlucca Raveri

Martedì 25 marzo 2020 si è celebrato il primo Dantedì, istituito dal Consiglio dei Ministri come giornata dedicata alla memoria del Sommo Poeta: gli studiosi, infatti, individuano nel 25 marzo 1300 l’inizio del “viaggio” di Dante, che lo ha portato a visitare i tre regni ultraterreni.
Sulla meravigliosa opera che è la Divina Commedia non vi ė molto da aggiungere: fin dai contemporanei di Dante abbiamo opere di commento e spiegazione, che hanno compiuto l’esegesi di tale componimento.
Neppure è il caso di cimentarsi in commenti sulle straordinarie metafore contenute nel poema, ovvero sulla conoscenza storica, religiosa, scientifica ed epica (per tacer d’altro) che Dante ha dimostrato di possedere, oltre che sul perfetto utilizzo della lingua volgare, da cui è nato l’italiano tuttora parlato.
Ne è una dimostrazione il fatto che numerose espressioni, in uso comune ai giorni nostri anche come modi di dire, trovano origine proprio in quelle terzine.
A titolo esemplificativo, ma non certamente esaustivo “fa tremar le veni e i polsi” nel Canto I, v 90, “capo ha cosa fatta” nel Canto XXVIII, v 107, e “stanno freschi” nel Canto XXXII, v 117.
L’aspetto che si intende qui mettere in evidenza è indirizzato ai soggetti citati dal Poeta che, in parte loro malgrado, si sono trovati protagonisti dell’opera letteraria probabilmente più famosa della storia.
Ci si riferisce, in modo particolare, all’Inferno prima (e forse più conosciuta) cantica, nella quale vengono collocate le anime dei peccatori, condannate per l’eternità a scontare la pena comminata da Minosse, giudice degli inferi.
La sentenza di condanna, immediatamente esecutiva, inappellabile (e neppure ricorribile), è emessa attraverso il numero di giri della sua coda, con le seguenti modalità:

 Stavvi Minòs orribilmente, e ringhia:
essamina le colpe ne l’intrata;
giudica e manda secondo ch’avvinghia.
(Canto V, vv 4-6)

Sulla base del numero di colpi di coda posti in essere da Minosse, a cui il peccatore si confessa dopo l’exitus, viene assegnato il girone nel quale “l’anima mal nata” (Canto V, v 7) dovrà scontare la pena individuata sulla base del contrappasso.
In forza di questo criterio, entrato come espressione anche nel gergo comune, la pena comminata è diametralmente opposta rispetto alla condotta peccaminosa tenuta in vita.
Numerosi sono gli esempi che si possono segnalare ad esplicitazione di tale concetto: nel canto VI, ad esempio, sono puniti i golosi, che in vita hanno goduto, in maniera dissennata, dei piaceri della gola e della tavola, frequentando dimore nobiliari e partecipando a banchetti sublimi.
La pena da espiare per tali colpe è essere disposti supini sopra ad un terreno fangoso con la faccia in esso immersa, colpiti, oltre che dal demone Cerbero, che con le unghie scuoia i poveri dannati, da una pioggia gelata che fa emanare dal terreno un fetore nauseabondo. Così è descritta la scena:

Io sono al terzo cerchio, de la piova
etterna, maledetta, fredda e greve;
regola e qualità mai non l’è nova.
Grandine grossa, acqua tinta e neve
per l’aere tenebroso si riversa;
pute la terra che questo riceve.
(Canto VI, vv 7-12)

Per i piaceri goduti in vita, si pronuncia una condanna che fa scontare al reo una pena in un ambiente angusto, scomodo, maleodorante e con un demone che lo percuote: questo è proprio l’applicazione del contrappasso che, va da sé, collide con l’odierno principio costituzionale della funzione rieducativa della pena.
Molteplici sono i personaggi condannati pubblicamente da Dante alla pena eterna, con attribuzione ai medesimi di vizi, colpe o trasgressioni che avrebbero commesso durante la vita terrena.
Viene da chiedersi, ovviamente per puro spiritico critico, se i) questa condotta potrebbe configurare a carico del sommo poeta l’integrazione del reato di diffamazione aggravata dall’uso della stampa e dall’attribuzione di un fatto specifico e se ii) il contenuto della Prima Cantica possa considerarsi lesivo della reputazione e dell’onore dei soggetti citati.
In parole povere: se un (con)dannato avesse letto quanto scritto da Dante su di lui, avrebbe potuto dolersi di essere stato diffamato dal medesimo?
Non è facile rispondere a questa domanda, ma una riflessione possiamo farla, senza pretesa di fornire una soluzione.
È opinione comune tra i critici che Dante, quantomeno per alcuni contemporanei, abbia “messo all’inferno” i suoi nemici politici, ovvero quelli che gli avevano creato problemi e/o preoccupazioni, operando una sorta di ritorsione letteraria nei loro confronti.
E anche vero, però, che Dante non ha risparmiato gli amici o le persone a lui care, come si evince, ad esempio, dall’aver collocato il suo maestro, Brunetto Latini, tra peccatori contro natura del canto XV.
Per (cercare di) rispondere al quesito sopra svolto, appare opportuno analizzare alcuni personaggi collocati all’inferno e le circostanze che hanno indotto Dante a tale decisione.
Figura paradigmatica risulta essere quella inserita nel Canto III dedicato agli ignavi, cioè a quelle persone “che visser sanza ‘infamia e sanza lodo” (Canto III, v 36).
Per Dante questi individui, che non seppero scegliere in vita tra il bene ed il male, neppure hanno il diritto di essere ricordati dopo la morte, tanto è vero che quando si riferisce ad una specifica anima, non la cita per nome, limitandosi a riferire:

Poscia ch’io v’ebbi alcun riconosciuto,
vidi e conobbi l’ombra di colui
che fece per viltade il gran rifiuto.
( Canto III, vv 58-60)

Pur non nominandolo, i critici hanno da subito ritenuto che il riferimento fosse a papa Celestino V, al secolo Pietro dal Morrone, il quale nel 1294, solo dopo pochi mesi di pontificato, ha pronunciato la formula di abdicazione e ha rinunciato al soglio pontificio.
Il motivo per il quale Dante ha sentimenti di livore per Lui riposa sul fatto che a Celestino V succederà Bonifacio VIII, il potente cardinale Benedetto Caetani artefice, tra le altre cose, dell’esilio di Dante.
Secondo il poeta, quindi, Celestino V per viltà rifiuta la carica, agevolando la successione di un personaggio a lui ostico.
I fatti storici, però, smentiscono questa versione in relazione alla viltà ascritta a Celestino.
In primo luogo il Pontefice non rifiuta la carica, ma la accetta e poi Vi rinuncia, creando uno dei precedenti in base ai quali, di recente, Benedetto XVI ha potuto comportarsi in conformità.
Inoltre, Pietro dal Morrone era un monaco eremita che viveva sui monti abruzzesi in raccoglimento e preghiera al quale è stato chiesto di accettare la nomina a Papa in un momento in cui il conclave non riusciva ad eleggere il successore di Pietro.
Per l’obbedienza sempre dimostrata alla Chiesa di Roma il monaco ha accettato, ma poco dopo si è reso conto di non essere in grado di sostenere questo peso (peraltro in un ambiente, la Chiesa di fine ‘200, non particolarmente virtuoso) ed ha formalizzato la rinuncia non prima, però, di aver svolto ( o tentato di svolgere) un’attività ispirata al Vangelo, in un’ottica riformatrice.
Non è revocabile in dubbio che Celestino sia morto in odore di Santità, tanto è vero che nel 1313 è stato canonizzato.
Il fatto che Dante lo ponga all’inferno solo perché dopo di lui è stato eletto al soglio pontificio “lo principe d’i novi Farisei” ( Canto XXVII, v. 85), cioè Bonifacio VIII, contrasta con la vita e l’opera di Celestino, nonché con i documenti a lui riferiti che la storia ci ha tramandato.
Ed ancora: l’assunto che il Poeta contestasse Celestino solo per aver agevolato la successione a Bonifacio, è confermato da un altro passaggio, che potrebbe essere messo in continuazione ex art 81 C.P. con il fatto di cui al Canto III.
Nel canto XXVII, girone dei consiglieri fraudolenti, il Poeta incontra Guido da Montefeltro il quale incolpa (guarda caso…) Bonifacio VIII per la sua condanna eterna.
Sostiene Guido che sia stato il Pontefice a indurlo nel peccato e spingerlo al consiglio fraudolento, sulla base della sua autorità morale per mezzo della quale già concedeva l’assoluzione dal peccato non ancora commesso, con le seguenti parole:

E’ poi ridisse:”Tuo cuor non sospetti;
finor t’assolvo, e tu m’insegna fare
sì come Penestrino in terra getti.
Lo ciel poss’io serrare e disserrare,
come tu sai; però son due le chiavi
che ‘l mio antecessor non ebbe care”
( Canto XXVII, vv 100-105)

 

Anche in questo caso ritorna la figura di Celestino che, come predecessore di Bonifacio, non avrebbe avuto a cuore le “due chiavi“, simbolo della doppia potestà papale, tanto è vero che le abbandonò favorendo, a detta del poeta, l’elezione di Bonifacio stesso.
Per completezza espositiva si evidenzia che alcuni commentatori hanno riferito che colui che “fece il gran rifiuto” potesse essere Ponzio Pilato, per il noto episodio evangelico dell’essersi lavato le mani per non decidere sulla condanna di Gesù, ma è opinione maggioritaria che Dante volesse proprio riferirsi a Celestino V.
Quindi Dante pone all’inferno un Pontefice ritenuto santo già in vita e poi portato, dalla Chiesa, agli onori degli altari, accusandolo di ignavia e ledendo indiscutibilmente il suo patrimonio morale: potrebbe essere configurato il reato di diffamazione?

Sempre legata alla figura di Bonifacio VIII, che come si può capire non è stato molto gradito a Dante, vi è un passaggio peculiare che fa capire quanto Dante ci tenesse a screditarlo.
Come detto il Poeta inizia il suo viaggio nel 1300, quando Bonifacio è ancora in vita e seduto sul seggio petrino: va da sé che non potrebbe essere collocato all’inferno.
Quindi Dante, per condannarlo comunque alla dannazione eterna, fa in modo che un dannato creda che Lui stesso sia Bonifacio, morto prima del previsto.
I dannati, infatti, non conoscono il presente, ma solo il futuro e quindi l’interlocutore, sapendo esattamente quando dovrà morire papa Bonifacio, si stupisce nel sentirlo arrivare prima del previsto. In realtà, il “dannato” che sente arrivare… è Dante stesso.
Siamo nel Canto XIX girone dei simoniaci, condannati ad essere conficcati con la testa in giù dentro ad una fenditura della roccia, lasciando fuori la pianta dei piedi su cui arde incessantemente un fiamma.
Il dannato cui si rivolge Dante è sempre un pontefice, Niccolò III, che non lo vede, ma lo sente e crede che sia Bonifacio VIII, arrivato in anticipo sul previsto, anche lui condannato per simonia. Così si rivolge al poeta:

Ed el gridò:” Se’ tu già costì ritto
se’ tu già costì ritto, Bonifazio?
Di parecchi anni mi mentÌ lo scritto
Se’ tu sì tosto di quell’aver sazio
per lo qual non temesti tòrre a ‘nganno
la bella donna, e poi di farne strazio?”
(Canto XIX, vv 52-57)

È evidente che tramite il dannato Dante denuncia le turpi azioni di Bonifacio che è ancora in vita, ma che risulta già condannato al fuoco eterno per fatti di simonia.
Nulla quaestio sul fatto che questo Pontefice fosse “discusso”: ma che sia corretto, prima della morte, condannarlo, è altrettanto discutibile.
Bonifacio VIII, quindi, se avesse letto quanto scritto su di lui, avrebbe potuto querelare Dante per diffamazione?
Temporalmente lo si esclude, perché la Divina Commedia è stata scritta probabilmente a partire dal 1308  quando Bonifacio VIII era effettivamente morto (ed ovviamente il deceduto non può essere soggetto passivo del reato), però l’interrogativo, a titolo di discussione, resta aperto.
Sempre in tale ottica, un ulteriore passaggio del poema è significativo.
Al canto XXXIII vengono puniti, nella Tolomea, i traditori degli ospiti.
Per loro il contrappasso ha stabilito che siano immersi nel ghiaccio infernale con solo la faccia in emersione ma, punizione ancor più tremenda, il lacrimare degli occhi che immediatamente si ghiaccia impedisce loro di vedere, generando incredibile dolore.
Dante incontra un dannato, Alberigo dei Manfredi (Fra Alberigo) che nel 1300, quando Dante compie il viaggio ultraterreno, era ancora vivo.
Il Poeta si stupisce di parlare con un’anima che sa benissimo appartenere ad un corpo all’epoca esistente (ancora) nel mondo terreno e gli chiede spiegazioni.
Fra Alberigo riferisce che quando vengono commessi i peccati di tradimento l’anima immediatamente sprofonda agli inferi meritevole del castigo eterno, mentre il corpo, inspiegabilmente, rimane ancora tra i viventi. Il passaggio è questo:

”Oh”, diss’io lui, “or se’ tu ancor morto”?
Ed elli a me “Come ‘l mio corpo stea
nel mondo sú, nulla scienza porto.
Cotal vantaggio ha questa Tolomea,
che spesse volte l’anima ci cade
innanzi ch’Atropòs mossa le dea.
(Canto XXXIII, vv 121-126)

Con questo “stratagemma”, Dante colloca all’inferno una persona ancora viva nel momento in cui incontra la sua anima: Fra Alberigo potrebbe dolersi di essere stato diffamato?

Da ultimo, un passaggio in cui vi è prova (qualora ve ne fosse bisogno) della fine intelligenza del poeta.
Il contesto è il canto XXI in cui sono puniti i barattieri, immersi nella pece bollente a cui guardia sono posti Malebranche, diavoli con artigli che si avventono sui dannati.
Nella quinta bolgia sono collocati coloro che, avendo ricoperto una carica pubblica, hanno svenduto la funzione e le scelte ad essa connessa per denaro o altra utilità (“al no, per denar, vi si fa ita”, v.42).
Facendo un moderno paragone, potremmo dire che sono puniti i condannati per reati contro la pubblica amministrazione.
Dante vede proprio in quel momento arrivare uno diavolo (“ e vidi dietro a noi un diavol nero correndo su per scoglio venire”, vv. 29,30), con in spalla un dannato il quale, in esecuzione della sentenza emessa da Minosse, dovrà essere gettato nel fiume di pece bollente. Nell’atto di compiere questo atto, così si rivolge:

Del nostro ponte disse: “ O Malebranche,
ecco un de li anzian di Santa Zita!
Mettetel sotto, ch’i’ torno per anche
a quella terra, che n’è ben fornita:
ogn’uomo v’è barattier, fuor che Bonturo;
al no, per le denar, vi si fa ita
(Canto XXI, vv 37-42)

Il riferimento a Santa Zita fa intendere che trattasi di un magistrato (“anzian”) di Lucca e nelle espressioni successive, in maniera neppure troppo velata, che la stessa città è piena (“ben fornita”) di analoghi peccatori.
Ma il passaggio cruciale, per quanto qui interessa, è il riferimento a “Bonturo”.
Nelle intenzioni del demone vi è la volontà di denunciare il malcostume corrente a Lucca riferendo che sono tutti barattieri, tranne appunto Bonturo.
E qui sta la sottigliezza di Dante.
Il nominato, infatti, identificato in Bonturo Dati, ancora vivo nel 1300 quando Dante compie il suo viaggio, è invece considerato uno dei più attivi barattieri della città: è evidente che “l’esclusione” posta in essere dal diavolo, non fa altro che corroborare e dare autorevolezza alle voci correnti sul suo conto, nel momento in cui lui è ancora in vita.
E quindi: Bonturo Dati avrebbe potuto sentirsi diffamato?

Non è facile rispondere alle domande sopra poste, anche perché tutta la prima cantica riguarda soggetti, la maggior parte realmente esistiti, accusati di azioni turpi e malvage che ne hanno comportato, a giudizio insindacabile di Dante, la condanna eterna.
La giurisprudenza, in tema di sussistenza dell’emento soggettivo nel reato di diffamazione, ha statuito che “nei reati contro l’onore, escludendosi la necessaria ricorrenza di un animus injurandi vel diffamandi, il dolo ha natura generica e può assumere anche la forma del dolo eventuale; essendo di conseguenza sufficiente che l’agente faccia consapevolmente uso di espressioni idonee ad assumere portata offensiva. Tale idoneità comprende necessariamente l’attitudine a raggiungere la sensibilità del soggetto passivo, la quale implica a sua volta la concreta possibilità che quest’ultimo si percepisca come destinatario delle espressioni offensive” (Cass. Pen., Sez. V, sentenza n. 15060/2013; conformi Cass. Pen., Sez. V, sentenza n. 8419/2013 e Cass. Pen., Sez. V, sentenza n. 57787/2013).
Pur utilizzando un linguaggio alto e ricercato è evidente che le espressioni utilizzate nei confronti dei dannati, nonché la loro collocazione infernale quale diretta conseguenza dei peccati commessi in vita e pubblicamente denunciati, possono essere elementi a suffragio della portata offensiva della condotta.

Ma, v’è di più. L’asserita diffamazione potrebbe essere contestata con l’aggravante dell’uso della stampa, dal momento che la Divina Commedia ha avuto una (notevole) diffusione: facendo un irriverente paragone potremmo anche ritenere ogni terzina un moderno “twett”, vista la circolarità che ha avuto l’opera.
Inoltre all’agente potrebbe essere contestata anche l’aggravante relativa all’attribuzione di un fatto specifico, dal momento che Dante individua in modo analitico il fatto riferito al soggetto meritevole della condanna eterna.
Dovendo valutare la sussistenza del reato di diffamazione aggravata dall’uso della stampa, quindi, appare opportuno mettere in evidenzia i criteri individuati dalla giurisprudenza per la configurazione dell’esimente del diritto di critica ed in particolare: a) la verità del fatto attribuito e assunto a presupposto delle espressioni di critica; b) l’interesse pubblico alla conoscenza dei fatti, c) la continenza, che deve ritenersi superata quando le espressioni adottate risultino pretestuosamente denigratorie e sovrabbondanti rispetto al fine della cronaca del fatto e della sua critica (così, Cass. Pen., Sez. V, sentenza n. 45672/2013).

Potrebbe, quindi, essere considerata l’esimente del diritto di critica?
Il poeta porta a conoscenza dei (numerosi) lettori fatti relativi ai “dannati”, molti dei quali non conosciuti e senza la certezza della verità storica ed in difetto  di un interesse pubblico a tale diffusione, addebitandoli a soggetti ben determinati ed utilizzando espressioni alquanto “colorite”, seppur di alto lignaggio.
Nel caso relativo a Celestino, ad esempio, si ha la ragionevole certezza che il Papa non abbia rifiutato per viltà, ma bensì abbia rinunciato in forza di alti valori morali che lo hanno portato anche agli onori degli altari.
Quindi possiamo dire che l’opinione di Dante, sul punto, potrebbe non essere corrispondente a verità.

In conclusione: si sarebbe potuto configurare a carico di Dante un procedimento penale (e finanche) una condanna per diffamazione aggravata, qualora alcuno dei condannati avesse rivolto istanza punitiva? Lasciamo a ciascuno la propria conclusione: certo è che non si ha notizia di querele sporte, ragion per cui vi sarebbe difetto della condizione di procedibilità.
In ogni caso, essendo fatti commessi prima dell’entrata in vigore della legge c.d. blocca prescrizione Dante potrebbe (ancora) invocare tale causa di estinzione del reato.
Purtroppo per lui, andrebbe applicata anche quella prevista dall’art. 150 del codice penale, morte del reo, che supera quella prescrittiva, nella speranza che, vista la spirale giustizialista cui stiamo assistendo, il legislatore non la sopprima così che, da imputati a vita, si passi ad essere imputati a vita…eterna!