A cura di Avv. Paolo Verlucca Raveri

Di questi tempi, in cui le conversazioni si spostano sempre di più verso il canale telematico, a discapito di quello diretto e personale, anche la recente giurisprudenza della Corte di Cassazione si è dovuta occupare della problematica relativa all’offesa perpetrata attraverso questa modalità.

Ci si riferisce alle sentenze n. 7904 depositata in data 21 febbraio 2019 e n. 10905 depositata in data 31 marzo 2020, emesse entrambe dalla V Sezione penale.

La prima è relativa al ricorso proposto avverso una sentenza emessa dal GIP presso il Tribunale per i Minorenni di Bari, con quale è stato disposto il proscioglimento dell’imputato per il reato di cui all’art. 595 C.P., in quanto minore degli anni quattordici al momento del fatto.

La difesa si lamentava del fatto che non ci fosse stata pronuncia di proscioglimento nel merito, avendo il Giudice di prime cure “escluso che dagli atti d’indagine emergesse l’evidenza della prova richiesta ai fini dell’invocato proscioglimento nel merito del minore, atteso che il tenore dei messaggi a questi riferibili, versati nella “chat di un ‘gruppo whatsapp’ cui egli partecipava, non potevano dirsi ‘ictu oculi’ privi di valenza offensiva per la reputazione di altra minore”.

L’argomentazione di uno dei motivi di ricorso, per quanto qui interessa, riposava sul fatto che “la situazione di scambio comunicativo che viene in rilievo in una ‘chat’ di ‘whatsapp’ non integrerebbe il delitto di diffamazione, ma l’illecito civile di ingiuria”.

La Corte, nel dichiarare l’infondatezza del ricorso, ha ritenuto che, nel caso di specie (chat su whatsapp in cui partecipavano sia l’agente, che il soggetto passivo dell’offesa) fosse configurabile il delitto di diffamazione affermando che “il profilo di doglianza che deduce l’inconfigurabilità del delitto di diffamazione, attesa la partecipazione della destinataria delle offese alla “chat’ di ‘whatsapp’, ricorrendo, piuttosto, l’illecito civile di ingiuria, deve essere affrontato assumendo a parametro interpretativo i principi enunciati da questa Corte in tema di diffamazione commessa mediante ‘e – mail’ o mediante ‘internet’. Nelle pronunce in materia si è, infatti, argomentato nel senso che la eventualità che tra i fruitori del messaggio vi sia anche la persona nei cui confronti vengono formulate le espressioni offensive non può indurre a ritenere che, in realtà, venga, in tale maniera, integrato l’illecito di ingiuria (magari, a suo tempo, sub specie del delitto di ingiuria aggravata ai sensi dell’art. 594, comma 4, cod.pen.), piuttosto che il delitto di diffamazione, posto che, sebbene il mezzo di trasmissione/comunicazione adoperato (‘e-mail’ o ‘internet) consenta, in astratto, (anche) al soggetto vilipeso di percepire direttamente l’offesa, il fatto che messaggio sia diretto ad una cerchia di fruitori – i quali, peraltro, potrebbero venirne a conoscenza in tempi diversi -, fa si che l’addebito lesivo si collochi in una dimensione ben più ampia di quella interpersonale tra offensore ed offeso: di qui l’offesa alla reputazione della persona ricompresa nella cerchia dei destinatari del messaggio.

Sulla base di questo principi, quindi, nel caso di offesa su un “gruppo whatsapp”, cui partecipa anche la persona offesa, può essere configurato il reato di diffamazione.

Di contenuto opposto la recente sentenza n. 10905 depositata il 31 marzo 2020.

Nel caso di specie, la Corte di Appello di Milano ha confermato la sentenza resa dal Tribunale di Monza, che aveva condannato l’imputato alla pena di Euro 600,00 di multa per il reato di cui all’art. 595 C.P., per aver leso il patrimonio morale della persona offesa, pubblicando commenti e giudizi lesivi della sua reputazione su facebook, comunicando con video chat, con modalità accessibili ad un numero indeterminato di persone.

Ricorre per cassazione l’imputato ritenendo sussistere violazione di legge in relazione all’art. 595 C.P., per avere ritenuto sussistente il reato di diffamazione, anziché la fattispecie di ingiuria: deduce che gli insulti sono stati rivolti attraverso una chat vocale sulla piattaforma “Google Hangouts”, diversa dalle altre piattaforme chat digitali, che sono leggibili’ anche da più persone; in tal caso, il destinatario dei messaggi era solo la persona offesa e la video chat aveva carattere temporaneo, sicché non verrebbe in rilievo il precedente di Sez. 5, n. 7904/2019, che riguardava una chat scritta (Whatsapp) in cui il messaggio offensivo può essere visionato anche da altri utenti; nel caso in esame, la chat aveva natura di conversazione vocale, e non rileverebbe che all’ascolto vi fossero altri utenti.

Secondo la decisone qui in commento, “è invero, stato accertato che le espressioni offensive sono state pronunciate dall’imputato mediante comunicazione telematica diretta alla persona offesa, ed alla presenza, altresì, di altre persone ‘invitate’ nella chat vocale.
Ciò posto, va rammentato che l’elemento distintivo tra ingiuria e diffamazione è costituito dal fatto che nell’ingiuria la comunicazione, con qualsiasi mezzo realizzata, è diretta all’offeso, mentre nella diffamazione l’offeso resta estraneo alla comunicazione offensiva intercorsa con più persone e non è posto in condizione di interloquire con l’offensore (Sez. 5, n. 10313 del 17/01/2019, Vicaretti, Rv. 276502). Ne consegue che il fatto, come accertato dalla sentenza impugnata, deve essere qualificato come ingiuria aggravata dalla presenza di più persone, ai sensi dell’art. 594, u.c., c.p., che, ai sensi dell’art. 1, comma 1, lett. C), D.Lgs. 15.1.2016 n. 7, è stato depenalizzato; la sentenza impugnata va dunque annullata senza rinvio, perché il fatto, così riqualificato, non è più previsto dalla legge come reato”.

Nella seconda sentenza la Corte, dando adesione alla tesi difensiva, ha ritenuto non sussistere il reato di diffamazione dal momento che l’offesa era stata rivolta direttamente dall’imputato alla persona offesa tramite la chat vocale il cui destinatario era quest’ultima. A nulla rileva il fatto che avessero ascoltato anche altri utenti invitati alla chat, se non nei limiti di quella che era l’aggravante prevista dall’ultimo comma dell’art, 594 C.P..

Stante la depenalizzazione del reato di ingiuria ad opera della Legge 7/2016, la Corte ha annullato la sentenza, senza rinvio, assolvendo l’imputato perché il fatto non è più previsto dalla legge come reato.