A cura di Dott.ssa Irene Galli

Con sentenza n. 3022, depositata in data 10.2.2020, la Corte di Cassazione si è per la prima volta espressa sull’applicabilità dell’art. 393 c.p.c. nell’ipotesi di mancata riassunzione del giudizio di reclamo avverso la sentenza di fallimento dopo la cassazione con rinvio della decisione resa dalla Corte d’Appello.

Nel caso esaminato dalla Suprema Corte, il Tribunale di Roma accertava l’esistenza di una società di fatto e, sul presupposto dello stato di insolvenza della stessa, ne dichiarava il fallimento, esteso personalmente ai soci.

Il reclamo proposto ex art. 18 L.F., veniva respinto dalla Corte d’Appello di Roma, la quale riteneva confermata dalle risultanze istruttorie l’esistenza del rapporto societario tra le persone oggetto della vicenda.

La Suprema Corte cassava con rinvio la sentenza della Corte d’Appello, ravvisando nella sentenza di secondo grado un vizio di motivazione.

Poiché il processo non veniva riassunto da nessuna delle parti entro i termini di legge, il soggetto dichiarato fallito chiedeva l’annotazione a registro imprese di un provvedimento che desse atto delle conseguenze di tale circostanza, ex art. 393 cod. proc. civ..

Il Giudice Delegato respingeva l’istanza ed il decreto, poi reclamato, veniva successivamente confermato dal Tribunale di Roma.

La Suprema Corte investita della questione, con sentenza 3022/2020 del 10.2.2020, ha affermato il seguente principio: “in tema di effetti del giudizio di rinvio sul giudizio per dichiarazione di fallimento, ove la sentenza di rigetto del reclamo contro la sentenza dichiarativa, di cui all’art. 18 legge fall., sia stata cassata con rinvio, e il processo non sia stato riassunto nel termine prescritto, trova piena applicazione la regola generale di cui all’art. 393 cod. proc. civ., alla stregua della quale alla mancata riassunzione consegue l’estinzione dell’intero processo e, quindi, anche l’inefficacia della sentenza di fallimento”.

Nello specifico, la Corte ritiene che la tesi prospettata dal Tribunale di Roma, secondo il quale la decisione emessa in sede di reclamo non avrebbe effetto sostitutivo rispetto alla sentenza di fallimento, non sarebbe a sua volta congruente rispetto alla conclusione circa l’inapplicabilità dell’art. 393 cod. proc. civ., in ragione della particolare struttura del giudizio fallimentare.

Infatti, argomenta la Corte, è fondamentale sottolineare la distinzione sul piano concettuale tra la stabilizzazione degli effetti della sentenza dichiarativa fino al passaggio in giudicato della sentenza di revoca e la sorte della sentenza dichiarativa in ipotesi di mancata riassunzione del giudizio di rinvio, ai sensi dell’art. 393 c.p.c..

Ne consegue che le caratteristiche del procedimento di reclamo, in seguito alla riforma delle legge fallimentare di cui al d.lgs. n. 5 del 2006 e al d.lgs. n. 169 del 2007 caratterizzato da un effetto devolutivo pieno e relativo ad un provvedimento decisorio emesso all’esito di un contenzioso svoltosi in contraddittorio, suscettibile di acquistare autorità di cosa giudicata, non consentono di ritenere che l’oggetto del processo sia unicamente la sentenza di fallimento, e non anche i presupposti della dichiarazione relativa.

Pertanto, nel caso di mancata riassunzione del giudizio di cui all’art. 18 L.F., “a seguito della cassazione della sentenza di rigetto del reclamo fallimentare, l’oggetto dell’estinzione non può essere scisso dal processo nell’ambito del quale era stata adottata la sentenza”.